A che gioco giochiamo?

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Credevamo che la stagione dei ricorsi un tanto al chilo fosse finita. Credevamo che l’avvio di un percorso condiviso con il mondo della psicologia professionale, la Consensus Conference sul counseling, avesse posto una tregua ai continui attacchi gratuiti verso la nostra professione.

Credevamo…

Questi i fatti: in data 31 marzo 2017 il Direttore Generale dell’Azienda Ospedaliera “Ospedali riuniti villa Sofia-Cervello” di Palermo indice un avviso pubblico di selezione per alcune figure professionali. Tra le tipologie professionali richieste vi è anche il counselor.

Il contesto: siamo all’interno dell’ambulatorio territoriale per le cure palliative precoci e, come recita l’avviso, è richiesta una figura competente nella gestione della relazione a livello multidisciplinare, che si occupi di assistere e informare il paziente e la sua famiglia e sappia lavorare in équipe multi professionali.

L’avviso scade il 20 aprile.

Il 4 maggio il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi (CNOP) invia all’Azienda Ospedaliera una diffida in cui chiede l’annullamento dell’avviso di selezione pubblica o una sua rettifica, contestandone la legittimità.

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Mercoledì 31 maggio apprendiamo, da un post su Facebook, che il Consiglio ha proceduto a ricorrere al TAR, non avendo ricevuto risposta dall’Azienda Ospedaliera.

Due sono i punti presi in esame dal CNOP:

Il primo è di natura squisitamente tecnico-giuridica: il CNOP sostiene infatti che il professionista in questione dovrebbe possedere, in alternativa all’iscrizione a un Ordine o un Albo, almeno una specializzazione universitaria. Questo ai sensi di alcune norme in materia di avvisi pubblici. Ma non è questo il punto su cui vogliamo soffermarci.

Il secondo è invece di natura squisitamente professionale: il CNOP sostiene che le competenze richieste siano di pertinenza della figura dello psicologo. E questo punto ci interessa già di più.

Stiamo infatti parlando di competenze di “gestione della relazione” senza che si faccia alcun riferimento – esplicito o implicito – a competenze psicologiche. Si tratta cioè di raccordare (questo è il senso di lavorare in “équipe multi professionali”) il paziente e i suoi familiari con la struttura e il suo personale. Struttura (l’hospice) in cui operano medici, psicologi, infermieri, assistenti sociali e volontari.

Ora, potremmo disquisire per ore su questo ultimo punto, ma le rispettive posizioni sono talmente chiare e consolidate che annoieremmo sicuramente i nostri lettori: noi riteniamo che l’attività di counseling non sia riserva professionale della professione di psicologo.

A nostro avviso, invece, la questione vera è principalmente politica.

Al di là di ciò che circola da anni sui social network, la giurisprudenza sul counseling è tutto meno che uniforme.

Negli ultimi 15 anni le condanne passate in giudicato per esercizio abusivo della professione di psicologo nei confronti di counselor si contano sulle dita di una mano, a fronte non solo delle decine di assoluzioni, ma anche delle centinaia di segnalazioni che muoiono direttamente sui tavoli delle Procure della Repubblica, senza che vi sia alcun rinvio a giudizio.

Peraltro nessuna condanna ha mai stabilito un nesso di corrispondenza tra esercizio abusivo della professione e counseling tout-court. Come a dire: sei stato condannato non perché facevi counseling “a prescindere da come lo facevi”, ma perché hai effettivamente sconfinato in ambiti e territori di competenza di altre discipline.

Di contro il TAR del Lazio nel 2015, con una sentenza ormai nota, ha cancellato AssoCounseling dall’elenco delle associazioni tenuto dal Ministero dello Sviluppo Economico (MISE). Sentenza che è stata appellata di fronte al Consiglio di Stato e che sarà discussa a febbraio 2018.

A questo si deve aggiungere l’imminente riapertura del tavolo sulla norma tecnica per il counseling promossa da UNI, tavolo al quale siedono anche molti referenti degli Ordini degli psicologi.

Veniamo ora al punto: recentemente il CNOP ha promosso una “conferenza di consenso”, un tavolo di lavoro con delle sue proprie regole e con una sua propria metodologia dove vari soggetti si confrontano sull’argomento: psicologi, counselor, medici, assistenti sociali, infermieri, rappresentanti del mondo della politica professionale e dell’università.

A parte le numerose considerazioni a margine dei primi incontri (tuttora in corso), che proprio in virtù del rispetto per i “padroni di casa” non abbiamo affidato a post manipolativi o sibillini, come altri hanno fatto in modo spesso poco elegante e a tratti fantasioso, a questo punto ci aspetteremmo, da parte dei rappresentanti degli oltre 100.000 psicologi italiani, un comportamento leale e di confronto aperto sui contenuti.

Da una parte infatti sono aperte trattative e prove di dialogo su più fronti (tavolo UNI e Consensus Conference), dall’altra siamo in attesa di importanti pronunciamenti (il Consiglio di Stato).

Qual è la ratio di ricorrere avverso un avviso pubblico che offre un contratto di collaborazione per un anno a un counselor? Un avviso per di più totalmente innocuo, giacché le competenze richieste sono – così come riportato esplicitamente nell’avviso – di “gestione della relazione”?

Qual è la logica sottesa a tutto ciò? Francamente non me la sento di partecipare a un tavolo di discussione se poi, appena uscito, vengo preso a sberle dal mio stesso interlocutore.

Abbiamo sempre visto nella Consensus Conference la possibilità di comunicare chi sono davvero i counselor in Italia e cosa fanno, abbiamo immaginato questo tavolo come un luogo in cui demistificare tutte le storture attraverso le quali si fanno descrizioni sommarie e sbrigative per sopperire alla mancanza di esperienza e informazioni adeguate, mancanza di informazioni che creano un clima irrespirabile e da caccia alle streghe quando incontrano interessi economici e corporativi. La Consensus Conference come luogo di confronto vero, dove non possiamo immaginare che si giochi alle tre carte. Perché si sa: il banco che bara e vince sempre, alla fine resta vuoto!

Caro Presidente Giardina, noi counselor alla Consensus Conference ci siamo, abbiamo mantenuto un profilo di coerenza e collaborazione (senza peraltro che questo abbia comportato alcuno sforzo, ma semplicemente perché la coerenza e la lealtà ci appartengono) e a questo punto attendiamo di conoscere il suo pensiero su quelli che lei appella nel suo post su Facebook come i “cosiddetti counselor”, in modo da poter comprendere l’intento di questa Consenus Conference e procedere senza ombre nell’interesse di tutte le parti in gioco.

Come Presidente di Federcounseling non posso che augurarmi che tutto questo sia solo uno spiacevole incidente e che la sua volontà di portare avanti i tavoli attualmente aperti non sia in discussione.

Diversamente dovremo tutti prendere atto che in Italia la questione del counseling resterà un case-study da osservare per comprendere come le dinamiche di potere non elaborate e l’autoreferenzialità come criterio per osservare il mondo, portino inevitabilmente tutti a perdere.

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Presidente di Federcounseling, Segretario Generale di AssoCounseling, è un counselor trainer. Vive e lavora a Firenze, dove si occupa di politica professionale da quasi 20 anni.

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